Cenni storici

Lusiana

cenni storici

 

Questo testo è tratto dall’opera” Storia del territorio vicentino Tomo XIV “di Gaetano Maccà scritto nel  XIX° secolo

Gaetano Maccà  fù uno storico vicentino nato a Sarcedo il 27 maggio 1740. Fattosi francescano osservante trascorse gran parte della  la sua vita a compiere ricerche storiche sul territorio vicentino.

Fù abate e storico italiano e morì a Vicenza il 5 marzo 1824.

Mi ha sempre colpito questa descrizione schietta ed essenziale  delle varie “ville” dell’Altipiano dei 7 Comuni e non solo.

Stato presente, e antico di questa villa ,

e altre notizie appartenenti alla medesima.

I Pagliarino parlando di Lusiana, dice, che

questa villa è detta Lusiana perchè quel luogo

è stato consacrato di Diana . Del tempio che

aveva questa falsa Deità in Lusiana fa menzione

anche il P. Barbarano ne' suoi Annali mss. di

Vicenza . E altrove dice, parlando di questa

villa: , si chiama Lusiana, quasi lucus Dianae,

cioè bosco di Diana, perchè ivi anticamente

fosse qualche boscaglia dedicata in honore di

questa Dea . Che Diana fosse onorata in

Lusiana l' afferma anche il Castellini nella sua

Storia di Vicenza . La prima volta che nelle

liste delle ville del Territorio Vicentino trova

nominata Lusiana fu in quella del 1389;  in

altre liste più antiche, cioè degli anni 1262

1264 non è nominata.

Ma passiamo alla sua descrizione.

Lusiana è lontana da Vicenza miglia 22 e da

Asiago otto in circa. Forma comune con le ville

di Laverda , e di S. Donato del Covolo.

Il comune di S. Giacomo di Lusiana preso per quanto

estendesi la sua parrocchia, senza toccare le

parrocchie di Laverda, e di S. Donato del

Covolo, è luogo tutto montuoso, composto di varie contrade sparse qua , e la, tra le quali ven'è una chiamata Velo. In vicinanza della chiesa

parrocchiale è competentemente borgato.

                Gli abitanti di questa parrocchia parlano la lingua Italiana.

                                 Questa villa gode il vantaggio di alcune

 sorgenti, che tutte hanno la loro origine dai

monti Cornione, e Sausa detto anche Lesora si

tuati uno a mezzogiorno, e l' altro a ponente

della villa stessa. Il suo distretto confina col

comun di Dossanti, cioè di s. Antonio delle

Fontanelle, e di S. Caterina di Lusiana ultimamente

separati dal comun di Conco, ed ora formanti

da se comune; ma però nello spirituale soggetti

alla parrocchia di Conco stesso. In oltre Lusiana

confina con Laverda ,S. Donà del Covolo , e

Asiago. Quivi i prodotti consistono in sorgo,

fornento, e orzo; ma scarsamente. V'è abbon

danza di frutti di varia specie, e di noci; ma

scarseggia d' uve. Le strade sono seminate di

pietre focaje. Il comune, compresi Laverda, e

il Covolo di s. Donato, possede due montagne

una chiamata Bertiaga, e l' altra appellata le

Mazze, detta anche Corno, le quali servono

per pascoli di animali : così pure possede alcuni

boschi di faggi, e di pini detti anche pezzi. Si

cavano in varj siti di questo comune pietre dure

di diverse qualità. Alle falde del monte Cornione

situato in poca distanza dalla chiesa parrocchiale

di S. Giacomo v'è una cava di marmo bianco

detto volgarmente biancone. In una raccolta di

parecchi marmi del territorio Vicentino ve ne

sono alcuni anche di Lusiana, e sono i seguenti:

Rosso sopravvenato, Giallo schietto , Mischio

rosso - olivastro delle Mazze, Rosso a vene chiare

 Giallo-rosso, Rosso oscuro, e Giallo, detto

Pomaroc, Rosso, Lumachella, Rosso macchiato»

Mischio rosso e giallo-olivastro, pallido, ec.

Che i marmi di Lusiana fossero in uso anche

ne' tempi più rimoti apparisce dalle iscrizioni

antiche Romane negli stessi scolpite. In marmo

rosso di Lusiana sta incisa la seguente iscrizione

che già tempo trovavasi incrostata nel muro

della chiesa del Lazaretto poco distante da

Vicenza , ed ora sta in casa Tornieri sul corso :

IL - PVTINIVS - I, ... I

VITALIS

VIVIR AVG VST

- PVTINIAE ILI,

CHIONI

T - R - I

Nello stesso Rosso di Lusiana detto anche dai

Scarpellini, Brocatello, sono scolpite le seguenti

iscrizioni che si trovano appresso il chiostro del

monistero di s. Felice poco fuori della porta del

castello, delle quali per non troppo dilungarmi

arrecherò il solo principio :

P • AELIO • P • L, etc.

L , S

L , TVRRANI , L , F etc.

v , F

IL • TVRRANIVS • IL • F' etc.,

T , DELLto T F etc.

VENERI

SACRV MI etc.

Che le suddette iscrizioni siano state scolpite

in detto marmo , sono stato assicurato da un pratico Scarpellino.

 Ora facciamo ritorno alla nostra

descrizione di s. Giacomo di Lusiana. Sopra

S. Luca v'è una gran valle, l'acqua della quale

entra nel torrente Laverda.

Nella parte di questa

 valle che confina con s. Giacomo di Lusiana

 e nel distretto di S. Giacomo stesso di Lusiana

 si veggono strati pieni di petrificazioni

marine; alcune delle quali sono state da me raccolte ,

 e consistono in Bovoli , Conche, Turbi

nitti , con un Echino, le quali cose si conservano

 nella nostra Raccolta , insieme con alcune

Denderiti di cotesta villa, e due Nautilj trovati

nella sua montagna. Evvi in S. Giacomo di Lusiana

 un torrente chiamato Xante che passa per

la valle detta Grabo, il qual torrente è prodotto

dalle valli, e ne' tempi piovosi assai s’ ingrossa.

Scorre per un luogo appellato Trogio, e finalmente

scaricasi nel torrente Laverda.

 Passa ai confini di questa villa per una sua contrada

chiamata Campana la strada pubblica e frequentata

detta volgarmente la strada bianca, la quale

conduce in Asiago. Quasi tutti gli abitanti di S.

Giacomo lavorano in cappelli di paglia, de' quali

si fa commerzio. Vicino alla suddetta contrada

della Campana v'è un luogo detto il Lazaretto,

ove trovasi un capitello; e ivi in tempo di peste

si seppellivano i morti. Al luogo chiamato le

Mazze lontano dalla parrocchiale circa un miglio

 e mezzo v'è una profondissima voragine»

che come dicesi, non se le trova il fondo.

Le famiglie di questa parrocchia, secondo il computo

 dell'anno 18o2 sono seicento e venti circa,

e le anime in tutte intorno a mille, e quattrocento.

Nell’ auno 1664  il 2 1 settembre nella visita

che fece della chiesa di s. Giacomo di I.usiana

il B. Gregorio Barbarigo Cardinale e Vescovo di

Padova, dicesi, che le anime di questa parrocchia

 erano in tutte 17oo circa .

Da Lusiana, come scrive il Pagliarino, ebbe origine la

famiglia Palazzi di Vicenza.

Il signor Verci nella sua Storia della Marca

Tiivigiana all'anno 14 17 scrive quanto segue:

“ Anche gli uomini de'fedelissimi Sette Comuni

 esperimentarono in quest' anno gli effetti della

somma manificenza della Repubblica Veneta;

 conciosiachè agli undici di Settembre ottenco

 abbiamo gli uomini del Comun di Lusiana da

 Pietro Zaccaria Podestà, e Capitanio di Treviso

 la provvisione del sale sufficiente a' loro

 bisogni dalla Caneva di quella Città”.

Questo privilegio trovasi nel libro intitolato :

Privilegia etc. Septem Communium , nel

qual libro sononvi privilegi ancora assai più

antichi concessi al comune stesso di Lusiana dai

signori Scaligeri, ne' quali si concedeva, che il

comune di Lusiana fosse tenuto a prendere il

sale dalle caneve di Vicenza: Salem pro dicto

suo Commune de Canepis, Communis Vincentig

accipere teneantur . Questo privilegio fu con

cesso dai signori Cangrande II. Paolo Alboino,

e Can signore , e citano altri privilegi più

antichi concessi dai loro precessori allo stesso

comune di Lusiana.

Nell'anno 15o8 Lusiana fu depredata da Tedeschi.

 Veggasi la Storia di Asiago cap. 1V. a

(1) Tomo XIX. pag. 13o.

(2) Pag. 24. (3) Pag. 15.

(4) v. Zagata , Cron. di Verona Tomo 3.

pag. 73 an, 135 1.

Quest' anno, ove parliamo a lungo della guerra

di questo stesso anno, per causa della quale la

comunità di Lusiana fece varie spese, che sono

descritte nella stampa de' Sette Comuni contro

la città di Vicenza a carte 72 e 73.

CAP1To Lo II.

Della chiesa parrochiale intitolata s. Giacomo;

e di un oratorio alla stessa soggetto.

L chiesa parrocchiale di s. Giacomo di Lusiana

di diocesi Padovana giace circa alla metà

di un alto monte nella contrada detta

S. Giacomo, ed è dedicata ai santi Cristoforo , e

Giacomo Apostolo. E' di tre navate divise con

colonna di pietra rossa scavata nella montagna

delle Mazze detta Corno del distretto di questa villa.

Ha sette altari. La tavola dell'altar

maggiore è assai bella e stimata, ed è del celebre

Pittore Giacomo da Ponte detto il Bassano, quantunque

di essa nè il Ridolfi, nè il Verci facciano parola.

 Avanti ve n' era una assai antica,

perchè nella visita Vescovile fatta di questa

chiesa nell'anno 1533 ai 29 di agosto leggesi:

In Palla altaris majoris est talis inscriptio :

Questa Palla e sta fata de 1418. adi 1o luio

Fuori della porta maggiore mirasi dipinto

nel muro s. Cristoforo, come osservai pure in

molte altre chiese, a proposito del qual costume

veggasi ciò che abbiamo detto nel capitolo

I V. della Storia di Enego. Questa chiesa di S.

Giacomo di Lusiana è chiesa Matrice, e sue

chiese filiali sono quelle di Laverda, e di S.

Donato del Covolo; ma però ella stessa è filiale

della pieve di Breganze, come apparisce dalla

visita fattale dal Vescovo di Padova nel di 19

ottobre 1488, nella quale leggesi : Reverendiss.

Episcopus visitavit ecclesiam sancti Jacobi de

Lusiana plebi Sancte Marie de Bregantiis sub

jectam etc. In questa visita i massari di

questa chiesa di s. Giacomo dissero di aver una

Spina della Corona di Gesù Cristo, la quale era

da essi custodita con tanta gelosia, che neppure

la lasciavano vedere al loro Cappellano:

Massarii hujus ecclesie dicunt se haber unam de

spinis Corone D. N. Jesu Christi, quam inter

se cum magna diligentia servant.

Ora questa santa Spina trovasi nella chiesa di

S. Caterina di Lusiana soggetta oggidì alla chiesa

parrocchiale di Conco, come abbiamo veduto nella

Storia di quella chiesa ; ma ritorniamo alla nostra

chiesa di S. Giacomo. Ch' essa, come dissi

di sopra , sia chiesa Matrice, e che siano sue

filiali le due chiese di Laverda , e del Covolo di

S. Donato, raccogliesi anche dalla visita fattale

dal Vescovo di Padova nell'anno 1 5 71 ai 27 di

settembre , nella quale sta scritto : Sub dicta

cura et Ecclesia ( cioè di s. Giacomo ) sunt

due ecclesie , seu oratoria una sub vocabulo

Sancti Donati in contrata del cubalo distans

npredicta Ecclesia Sancti Jacobi circa duo

milliaria. Altera sub nomine Sanctg Marie

Magdalene distans ab ecclesia Sancti Jaco

bi de Lusiana etc.

All' altare dello Spirito Santo v' è la testa di s. Vittore Martire

trasportata dalle Catacombe di Roma. Questa

chiesa viene uficiata da un Rettore eletto dal

vescovo di Padova , e da due Cappellani della

comunitá. Che a questo parroco competasi il

titolo di Rettore apparisce da una iscrizione di

questa chiesa colla data del 1734 apportata dal

P. Faccioli nel suo Museo Lapidario Vicentino

e anche dai seguenti antichi parrochi intitolati Rettori.

In un libro Diversorum della

Cancelleria Vescovile di Padova segnato coll'anno

n.398 etc. leggesi, che nell'anno 1399 questa

chiesa intitolata ivi santi Giacomo, e Cristoforo

fu data in commenda per sei mesi: presbytero

Petro quondam Ulrici de Crispatorio Vicentini

districtus (1). Nell'anno 141o 26 febbrajo

trovai , che il Vescovo di Padova : comendavit va

cantem Ecclesiam Sancti jacobi de Luxiana

presbytero petro . . . . . . de Alemania , sibique

commisit curam et regimen animarum populi

et parochianorum ipsius ecclesie, et hoc donec

aliter idem dominus Episcopus . . . . . duxerit providendum.

Nell'anno 1415 4 maggio vi è : Commenda Ecclesie Sanctorum Jacobi et

Christofori de luxiana paduame dioc. et vin

centini districtus vacantis per absentationem

domini presbyteri friderici de Alemania facta

usque ad sex menses domino presbytero henrico

quondam Johannis de Alemania etc.

Il più antico religioso destinato alla cura di questa chiesa

col titolo di Rettore che mi riuscì di trovare

fu un tale Enrico, che serve per testimonio ad

un testamento fatto in Lusiana nell'anno 14 19

1o maggio colle seguenti parole: presentibus d.

presbytero henrico q. Johannis rectore ecclesie

sanctorum Jacobi et Cristophori de Luxiana.

 Del 144 3 marzo fu conferito questo beneficio:

presbytero Petro q. Michaelis de Ratisbona

 chiamato ivi Rectori ecclesie Sancti

Jacobi de lusiana , la qual chiesa era vacante

per recessum presbyteri Johannis de Openheym

ultimi rectoris (2). Del 1448 3 aprile fa dato

questo beneficio : presbytero Johanni draconi de

Opon heym , ed allora trovavasi vacante per as

secutionem alterius benefici etc. ... presbyteri

petri de Ratispona ultimi rectoris.

Del 1 449 1o decembre fu data la investitura di questo

beneficio : presbytero Johanni frech de bibrach.

Del 1451 oppure 1452 trovai la se

guente sua collazione : Collatio ecclesie Sancti

Jacobi et Christophoride luxiana paduane dio

cesis in districtu Vicentino presbytero Johanni

thethingnor de norimberga bambergensis dio

cesis etc (1). Del 1453 13 marzo ottenne questo

beneficio il prete Giovanni quondam Corrado

Fabbri, vacando la chiesa per derelictionem

presbyteri Johannis tetignor ultimi rectoris etc.

 Del 1454 15 gennaio ebbe questo beneficio

il prete Martino Lepre quondam Nicolò di Alemagna,

ed ebbe anche in commenda la chiesa

di s. Caterina pur di Lusiana, e avanti di esso

era ivi Rettore il Prete Giovanni di Maganza

che l'aveva abbandonata . In questo stesso

anno il suddetto prete Martino Iepre rinunziò

il suo beneficio, il quale nel di 19 d' ottobre di

questo medesimo anno 1454 fu conferito al prete

Corrado quondam Giovanni di Alemagna.

Del 1455 trovai d. presbiter Carolus de bavaria

rector ecclesie S. Jacobi de lusiana.

Questo Rettore ai 27 di luglio di questo stesso anno

1 455 fu chiamato insieme co'suoi parrocchiani

nella chiesa di Breganze in occasione di visita

che faceva il Vicario del Vescovo di Padova.

Nell'anno 1457 trovasi nominato

pur col titolo

solito di rettore di questa chiesa un

tal Gerardo

(1). Nell' anno 1458 23

febbrajo fu conferito

questo beneficio al prete Stefano

quondam Nicolò di Alemagna perchè la chiesa era

vacante a motivo

 dell'asseutamento del prete

Corrado da Ponte

pur di Alemagna ultimo suo Rettore.

Nell'anno 1467 a 6 decembre fu

data investitura di questo beneficio : presbytero

nicolao defeltro

Cappellano R. d. Marci Negro Episcopi

Catharensis

 (era Luogotenente del Vescovo di Padova)

e trovavasi vacante : per mortem presbyteri

                                        Stefani, non dicesi di che luogo .

Nell’anno 1479 primo settembre trovai

nominato il parroco

di questa chiesa col titolo di

Piovano, il quale

era anche Notajo ; laonde così si sottoscrive

una carta con/detta data : Ego

presbiter Marcellus q. Johannis de parma

                               plebanus in ecclesia Sancti  Jacobi de Lusiana

auctoritate imperiali notarius etc .

Nell'anno 14 88 2 settembre questa chiesa fu

conferita : Presbytero Amadeo de Arimino (2).

Molto tempo dopo, cioè nell'anno 16oo trova

vasi un altro Rettore di questa chiesa pure in

qualità di Notajo, il quale così è sottoscritto

sotto una ducale con detta data: Presbyter Mar

cus Bonatus de Luxiana Rector Ecclesie S.

Jacobi Not. publ. fideliter excemplavit.

Oltre la chiesa parrocchiale v'è un oratorio

dedicato a Maria Vergine, a S. Gaetano, e a

S. Bonaventura, lontano dalla parrocchiale stessa

cinque miglia situato a canto la strada pubblica

che conduce in Asiago nella contrada detta Campo di mezzavia,

 il quale soltanto in tempo d'estate

è uficiato nelle feste con messa, e in esso

s'insegua anche la dottrina cristiana.

Nella sua facciata sta incrostata una pietra, nella quale è

scolpita la seguente iscrizione :

An. I 707.

A., P. F. F. P. S. D.

i 77 5.

L'anno 17o7 è 1' anno della sua fondazione ,

e il 1775 indica la sua ristaurazione.

                 In questa villa corre voce , che sopra il monte detto Cornione

poco lontano dalla chiesa parrocchiale di

S. Giacomo fossevi anticamente un Monistero di

frati, ma non si sa di qual religione, con una

chiesa intitolata S. Marco, e dicesi che scavamdosi

ivi il terreno fu trovata una campana

creduta di quella chiesa, ed è quella stessa, che

ora trovasi sopra un picciolo campanile nella

contrada detta volgarmente la Campana situata

nel principio della sopraddetta strada bianca,

che conduce in Asiago. Io per curiosità mi portai

a questa contrada , e ascesi con istento il

detto picciolo campanile per vedere la detta

campana, e vidi ch'era la più antica di quante

ne abbia vedute in tutto il Territorio Vicentino,

la quale fu fatta nell' anno 1388 come indica

la seguente iscrizione, che leggesi attorno di essa

con lettere dette volgarmente Gottiche,

M . CCC. LXXXV III . MICHAEL. 7

NICOLAVS . ME . FF .

 

 

 


 

 

“Cenni storici su Lusiana”tratto dall’opera

L’Archivio storico di Lusiana (2006)a cura di

 Alberto Alberti

Le montagne di Lusiana, come di tutta la fascia pedemontana, furono frequentate saltuariamente già in epoca preistorica, nel Paleolitico medio e superiore, ma è dall'età del Bronzo Finale (XII sec. a.C.) che l'altopiano dei Sette Comuni comincia ad attrarre l'attenzione delle popolazioni di fondo valle.

Lungo le principali direttrici d'ingresso, a ovest Rotzo, a sud Lusiana, a est Foza, ci furono i primi insediamenti, certamente e inizialmente temporanei, legati forse già a queste epoche allo sfruttamento boschivo e pastorale. Certamente da località., come il Corgnon di Lusiana, il Kemplen di Foza o il Bostel di Rotzo dovevano partire importanti collegamenti con gli altipiani di Marcesina e YezzenalLuserna dove era in piena attività una fiorente attività" metallurgica. Qui infatti da un lato si sfruttavano le foreste per acquisire il combustibile per fondere il rame, dall'altro tale disboscamento cteava automaticamente ampie praterie ben adatte all'allevamento di capro-ovini.

Ci sono dunque buoni elementi e indizi per supporre che, almeno saltuariamente e temporaneamente, fosse già praticata la pastorizia stagionale

tra Bronzo Finale e Ferro Antico (XI-IX sec. a.C.). Successivamente i contatti si fanno più radi ed episodici.

Ma è in epoca romana (I-V sec. d.C.) che Lusiana torna a essere frequentata con un certo interesse. Ritrovamenti romani testimonierebbero non solo il semplice passaggio per questi posti ma anche la pratica della pastorizia. E a Marostica aveva inizio un collegamento viario diretto (arzeron della Regina) con Padova. In questa importante città, capoluogo della Venezia romana e al cui municipio apparteneva l'intero altopiano compreso tra Brenta e Asdco, era famosa lalavorazione della lana.

La tarda antichità. e l'altomedioevo segnarono effettivamente un momento di crisi e di cesura, sia sul piano dello sfruttamento territoriale (spopolamento e abbandono), sia su quello delle divisioni e pertinenze amministrative (passaggio dell'altopiano al ducato longobardo di Vicenza) che pesarono non poco nelle epoche successive (si vedano i reiterati e insanabili conflitti con Vicenza).

Solo col X secolo i conti-vescovi di Padova, quali legittimi e diretti eredi e successori del municipio romano, furono investiti dall'imperatore di tutto l'altopiano. Su queste basi e con questi presupposti, tra XII e XIII sec. venne attuata una vasta politica di ripopolamento e sfruttamento economico agro-silvopastorale. Ebbe così inizio la gloriosa storia della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni (1310-1807).

Le prime notizie storiche documentate si riferiscono alle chiese, prima fra ,rrr.. qr.il" di san Donato al covalo, citata nel 1089, seguono quelle di san Giacomo nel 1297, Santa Caterina a Gomarolo nel XIV e infine Santa Maria Maddalena di Laverda nel XV secolo. fuguardo alla dipendenza ecclesiastica, San Donato faceva riferimento alla pieve di Santa Maria di Breganze, San Giacomo e Santa Maria Maddalena a quella di Caltrano, Santa Caterina a Marostica.

Ancor dubbia è l'esistenza di una chiesetta dedicata a San Marco sul monte Corgnon, legata probabilmente ai monaci Benedettini di Valle San Floriano, mentre il campaniletto che ha dato il nome attuale (Campana) all'antica contrada di Tiaversagno e che conserva un'antica campana del 1388 (la più vecchia dell'altopiano), non apparteneva a nessuna chiesa.

La storia di Lusiana segue parallela quella della federazione dei Sette Comuni dai primordi sotto la dominazione degli Ezzehni (1200'1260) e quindi di Padova (1260-1310), alla fondazione della Reggenza intorno al 1310, sotto Ie signorie degli Scaligeri di Verona (1311-1386), dei Visconti di Milano (1386L4O4) e infine sotto la Serenissima Repubblica di venezia (1405-1797).

La comunità di Lusiana, a cui appartenne in vari momenti anche Conco(con Gomarolo  e Fontanelle),era suddivisa in 4 colonnelli:

S.Giacomo o Lusiana

Traversagno (attuale Campana)

Vitarolo

Laverda

e si dotò di un proprio statuto, messo per iscritto già tra il 1573 e il 1583.

Lusiana con la caduta della Serenissima Repubblica del 12 maggio 1797 seguirà le sorti del suolo Italiano con la dominazione napoleonica prima, poi di quella austro-ungarica, per essere annessa infine al  Regno d’Italia nel 1866.

 

 


 

 campanile

Il CAMPANILE

nel centenario della riedificazione 1891- 1991

tratto da Cenni storici di Lusiana  opera di Eugenio Ronzani

Addossato alla facciata della chiesa, iI primo campanile di Lusiana non si presentava certo come una costruzione vistosa:la sua cella campanaria, infatti, arrivava al livello del coro che la cuspide piramidale superava di poco. Anche il concerto delle sue campane era modesto; come confermano le relazioni delle visite pastorali, fino aI secolo scorso, consisteva in due campane(1). L'azione corrosiva de1 tempo e le intemperie lo danneggiarono più volte, perciò si resero necessari ripetuti restauri e riparazioni. Un radicale restauro venne compiuto nel settembre del 1700 perchè, durante l'estate, il campanile era stato danneggiato da un fulmine. In quella circostanza fu posta sul vertice una croce di piombo. Due anni dopo, il 10 novembre 17o2 si ruppe la campana minore del peso di 840 libbre (circa tre quintali). Venne rifusa a Vicenza e la spesa, valutata otto soldi per libbra, fu sostenuta dai governatori del comune. La nuova

campana fu collocata sul campanile il4 maggio 1703. Nonostante i successivi restauri, Ie condizioni murarie e statiche del campanile nel 1840 si presentavano così precarie da far prevedere non lontano un inevitabile crollo che avrebbe potuto arrecare danno gravissimo alla vicina chiesa, ma soprattutto alla popolazione. La fabbriceria si rivolse allora alla Deputazione Comunale e con la domanda presentata il 2 gennaio, la supplicò di iniziare con urgenza l’inevitabile restauro. A tale scopo fu subito attivata in parrocchia una questura straordinaria. Intanto rimase sospeso il suono delle campane.

Fu iniziato il restauro, ma nel successivo settembre, per l,ormai insicura cuspide fu proposta la demolizione. Trascorsero solo 10 anni e nel 1850, quando fu constatato che le oscillazioni del vecchio campanile erano tali da compromettere la pubblica incolumità, si decise di abbatterlo definitivamente. Era allora arciprete il lusianese don Rocco Pozza. Le campane vennero intanto collocate su un castello di legno; anche questo però si ridusse ben presto in condizioni pericolose tanto da richiedere nel 1872 un radicale restauro. Il legname necessario fu trasportato dalla contrada Marotte e la spesa ammontò a L.146,78. Il castello di legno era però una soluzione provvisoria; gli abitanti infatti, appena

demolito il vecchio campanile, avevano espresso il desiderio e la volontà di innalzarne uno di nuovo che fosse iI più alto della zona e un pò, anche l’orgoglio del paese. Il loro voto fu portato a concretezza dall'arciprete don Cristiano Sartori di Gallio quando il 6 grugno 1876, impartì la benèdizione alla prima pietra nella quale erano state incluse alcune monete ed altre memorie dell’epoca. Il disegno del nuovo campanile era stato preparato dall’arch. Abramo Chioccarello di Piovene. I lavori iniziarono con vivo entusiasmo e, per la fine del 1876, Ia base era già condotta a termine. I fondi però si esaurirono  e ben presto l'opera venne interrotta; sembrò anzi che per le sopravvenute difficoltà il tanto decantato progetto svanisse irrimediabilmente. Fu merito dell'arciprete don Luigi Rigoni di Asiago, venuto a Lusiana nel 1881, l'aver ripreso la costruzione, infondendo fiducia negli animi e stimolando la buona volontà della popolazione.  NeIIa  primavera del 1884, abbandonato il primo progetto e adottato quello di Antonio Gasparini di Carrè si riprese Ia costruzione, essa pure affidata allo stesso progettista. E nel 1890, finalmente ultimato, il campanile potè mostrare la sua alta cuspide slanciata verso il cielo, quasi desiderosa di toccare le stelle nelle notti serene. Dinanzi a tanta mole eretta in pochi anni, si resta colpiti

e meravigliati per l'amore dimostrato dai parrocchiani di allora in un’impresa così dispendiosa. Uniti e concordi, essi offrirono qualsiasi prodotto dei lor

umile lavoro e si impegnarono soprattutto in innumerevoli

prestazioni gratuite. Appositi incaricati questuavano mensilmente di famiglia in famiglia e la questua si rinnovava anche in occasioni straordinarie, quando la cassa, era esaurita. L'Amministrazione Comunale, continuando le antiche tradizioni, elargì sussidi, assegnò la legna per le «calcare», legname per le armature  per la  scala interna, infine piante di Iarice della montagna Manazzo per l’ossatura della guglia. Le pietre furono estratte dalle cave delle contrade Vendramini e Cavassi e della località Taconi. Ai_trasportatori sia di materiali come delle pietre, che si effettuavano specialmente durante l'inverno, quando il suolo gelato li rendeva meno difficili, si prestò sempre e volentieri la popolazione. Gruppi di giovani e di uomini, preavvisati la sera antecedente a suono di corno e batter di tamburo, si dirigevano il mattino, per tempo, alle cave ed insieme intraprendevano l'ardua fatica. Quando il peso eccessivo arrestava le slitte su per l'erta salita dei Miotti, si suonava a rintocchi la campanella di Vitarolo. A quel segno convenuto tutti, anche i vecchi,le donne e i fanciulli, verso le slitte e la

 

marcia riprendeva. Qualche volta la banda stessa accompagnava il trasporto, quasi per infondere coraggio e alleggerire la fatica. Il totale della spesa in denaro ascese a L. 47.268,25, delle quali L. 13.434,37 per Ia sola base. La croce, del costo di L. 500, fu donata dalla signora Carlotta Tescari. Merita segnalare che durante i lavori del campanile, il quale raggiunse l'altezza di m. 73, non si verificarono né disgrazie, né incidenti di sorta, indubbio segnalatissimo favore di cui la buona popolazione rese pubbliche grazie al Signore con una funzione di ringraziamento e con l'offerta di un calice. Il nuovo Campanile però era muto. Attendeva un concerto melodioso di campane che sono la voce d'ogni torre, d’ogni villaggio e d'ogni paese. Sono specialmente la voce della Chiesa, che piange nel giorno del dolore e del Iutto, implora in quello del bisogno e del pericolo, gioisce in quello della letizia. Non passò molto tempo e vennero anche le campane, cinque belle campane fuse a Bassano nella secolare fonderia di Pietro Colbacchini. L’intero concerto raggiunse complessivamente 9.036 Kg., per un valore di L.25.411,50. La campana maggiore, iI «campanon", del peso di Kg. 3.596, fu donata dall'Amministrazione Comunale. Ornata di bei fregi e immagini di santi, essa porta incise queste tre iscrizioni: "Leone XIII pontefice maximo regnante I Joseph Callegari episcopo patauino I Aloysin Rigoni

 

archipresbytero s. Jacobide Luxiana  +A.1890 +»;«opera di Pietro Calbacchinifu Gio' di Bassano - Anno 1890, ed infine "Municipium Luxianae lnudabili con' siglio motum veroque  amore captum Patriae obtulit» ("Mosso da lodevole deliberazione e da sincero amore per la terra natia, il Municipio di Lusiana offrì". Le campane, sistemate su appositi carri tirati da una lunga teoria di pazienti buoi, arrivarono il 3 gennaio 1891, un giorno di tiepido sole che permise ai parrocchiani di andare ad incontrarle a Velo, tra la soddisfazione e iI giubilo generale. Furono innalzate alla loro cella il 10 marzo successivo e il difficile lavoro fu diretto dal Bortolo Meneghetti di Oliero, sotto lo sguardo del numeroso popolo accorso che esplodeva festante allorquando, avvisato da alcuni colpi battuti su ciascu11a campana, comprendeva che questa era giunta a destinazione. Le campane furono suonate per la prima volta il 28 marzo, sabato santo, all'intonazione del "Gloria" ed il loro suono armonioso si ripercosse per le valli e i monti vicini, destando sentimenti di commossa gratitudine. L'inaugurazione del nuovo campanile avvenne nel settembre dello stesso anno. Le feste durarono tre giorni, dal22 aJ24,rese più solenni dalla presenza del vescovo di Padova S.E. rev.ma mons. Giuseppe Callegari, che sarebbe stato elevato alla porpora cardinalizia da S. Pio X, suo grande amico. Vi parteciparono

 

i sacerdoti delle parrocchie limitrofe, ai quali s'unirono gli amici oriundi di Lusiana. La benedizione delle campane fu impartita del vescovo il 28 settembre, alle ore 3 del pomeriggio. Esse ebbero questi nomi e questi padrini:

 La prima": S. Giacomo Apostolo - Padrino il sig. Domenico Pozza, Sindaco di Lusiana

 La seconda": S. Giuseppe - Padrino: Pietro Pozza fu Guernino, Assessore.

 La terza": Santa Maria - Padrino: Marco Passuello fu Antonio, Consigliere.

 La quarta": S. Luigi - Padrino: Pellegrino Ronzani, della contrada Bidese di Sotto.

 La quinta: Santa Agnese - Padrino: Cristoforo Cantele, detto Tomba, della contrada Maini. Nella stessa occasione furono benedette anche le due campane della chiesa di Lazzaretto; la prima, Santa Maria; che ebbe da padrino Giovanni Pernechele della contrada Mazze; la seconda, S. Rocco, Pietro Ronzani detto Buri, della contrada Marziele. II mattino seguente il vescovo celebrò un solenne pontificale e nel pomeriggio, assistito da cinquanta sacerdoti, una funzione di ringraziamento. Prima del canto del "Te Deum", il Presule rivolse la sua parola al popolo lodandone la concordia e spiegando l'alto significato delle campane.

 

Alla sera il paese fu sfarzosamente illuminato e la popolazione venne rallegrata da uno straordinario spettacolo pirotecnico al quale si degnò assistere anche S.E. mons. Callegari. Per l'occasione era stata chiesta al papa Leone XIII una particolare benedizione e il Santo Padre così rispose: “Degni Iddio di rimeritare largamente la generosità e lo zelo della buona popolazione di S. Giacomo di Lusiana alla quale impartiamo con paterno affetto l'apostolica Nostra benedizione. - Leo P.P. XI". Il bel campanile per molti anni sfidò venti e bufere; ma, nel 1935, l'alta cuspide fu un po' smossa e rovinata da un vento straordinariamente impetuoso. Si rese necessaria una sistemazione, ma I'agile cuspide fu demolita e il campanile venne goffamente modificato. Anche il castello originario della cella campanaria, ch'era di legno, cominciò a risentire I'azione deleteria del tempo. Divenuto pericoloso, nel 1952, per cura dell'arciprete don Tarcisio Guzzo, venne sostituito con l'attuale in ferro, più adatto e sicuro. E iI suono delle campane, che per parecchi mesi s'era fatto contenuto e quasi timoroso, tornò nuovamente squillante e solenne. Ma perché le cinque grosse campane squillassero, bisognava tirar le corde e, con la fretta e il dinamismo di questi ultimi decenni, non sempre si trovavano persone disponibili a dar una mano al campanaro. Tale inconveniente venne risolto dall'arciprete don Bruno

 

Prevedetto iI quale, nel 1961, provvide ad installare un moderno impianto di elettrificazione. Le campane suonano così puntualmente, senza bisogno di alcuno. Compiuta questa moderna e pratica opera, riprese a destar preoccupazione la cuspide; infatti, anche quella sistemata nel 1935, danneggiata dalle intemperie, cominciava ormai a rappresentare un pericolo per la popolazione specialmente nelle giornate di vento e di bufera. Sembra l’occasione opportuna per completare il campanile secondo iI progetto originario quando, nel 1965, installata un'ardita armatura si iniziarono i lavori di restauro. Invece, smantellata la cupoletta pericolante e gettata una soletta in calcestruzzo, si concluse con una soluzione non soddisfacente e tanto meno consona con I'architettura della parte preesistente. E'augurabile che, almeno con l'approssimarsi del centenario della sua inaugurazione, il campanile di S. Giacomo di Lusiana venga degnamente completato e riacquisti così il suo originario e solenne aspetto.

 

 


 


 
Tratto da:

GRANDE ILLUSTRAZIONE DEL LOMBARDO VENETO

Storia delle città , borghi, comuni, castelli

Milano 1859

Distretto IV di Asiago.

Enego – Fozza – Gallio – Roana – Rotzo – Lusiana – Treschè – Conca.

Superficie . . . . . . pertiche cens. 442,920.64

Estimo . . . . . . . b 273,450.78

Popolazione nel 1857 . . . . . . 22,943.

Quando, un secolo fa, Federico IV re di Danimarca, visitava la terra

ferma veneta, arrivato a Vicenza e udito che a poche miglia v'era un

paese dove si parlava un linguaggio somigliante al tedesco, venuto ai

nostri Sette Comuni e favellato con quei pastori, ne ritornò asserendo

che nella sua stessa corte non si parlava meglio il tedesco di quello

che avesse ascoltato su quelle montagne. Onde mai questa piccola

nazione, collocata sovra breve tratto dell'Alpi Retiche, usa dialetto estra-

neo a quel delle genti italiane che pur d'ogni parte la circondano?

Di dove vi capitò, e per qual caso in tanti secoli ha conservato la favella  nativa?

Due opinioni tennero in questo proposito divisi gli eruditi: l'una li

spacciava per Cimbri; l'altra li voleva Alemanni; la prima è più antica,

la seconda è la vera.

L'abate Modesto Bonato, nella erudita storia che sta scrivendo de'

Sette Comuni, confutò appieno l'idea che questi popoli altro non fosser che

un avanzo de' Cimbri sconfitti da Cajo Mario che ricovrassero qui e nelle

vicine montagne veronesi ove sono altri 13 Comuni. Dall'osservare poi che le

voci di questo dialetto, ove se ne eccettui un centinaio d'indole slava e le ita-

liane racconciate alla tedesca, presentano tutte conformità radicale colla

lingua alemanna quale si parlava tra l'XI ed il XIV secolo, vien chiaro

come fra Tedeschi debba porsi l'origine di quella gente ".

Queste montagne nel secolo IX altro non erano che una successione

d'inospiti boscaglie ove le nevi per la fortezza degli abeti perpetuavano

il gelo, abitate da frotte d'orsi e di lupi, e nido agli avvoltoj. Parrebbe

che venissero a stanziarvi di qui Tedeschi cui Abramo vescovo di Fri-

singa diede delle terre donate a lui da Ottone Magno nell'872 attorno

a Godego e più addentro ne' monti. Poi sarannosi ricoverati in que”

luoghi i soldati degli eserciti degli Ottoni e dei Federici; e nel secolo XII

vi vennero fuggendo l'oppressione di Guidobaldo alquanti Tedeschi di

Pergine nel Tirolo italiano e della val Cembra, donde forse il nome di

Cimbri. Forse anche per infeudazioni fatte di molti di que siti dai vescovi di

Trento coll'obbligo di condurvi de lavoratori, forse anche per le miniere

di Folgheria e del Tretto alle quali venivano minatori tedeschi s'accrebbe

quella popolazione. Non ci smarriamo nell'oscurità de tempi più lontani ;

questi fatti che accennammo e che stanno tra il 900 e il secolo XIII, se

nulla ci dicono de tempi anteriori ci fanno almeno seguire questi popoli

tedeschi che via via convenivano su quell'altipiano a far legna, alla caccia,

a tagliare abeti, a cuocervi carbone, a costruire capanne coi tronchi ab-

battuti e colle loro corteccie. Nè è meraviglia ch' essi ristretti tra due

fiumi, lontani dalla città, per poche strade faticosissime appena congiunti

ai paesi di pedemonte e di pianura, in tanto isolamento conservassero

gli usi e la lingua della madre patria. Nella quale separazione ben giovò

a mantenerli il diritto lasciato loro dalla repubblica di vivere colle lor

leggi; più alleati che sudditi di Venezia, pagando un tenuissimo tributo,

NOTA: a pag. 688 indicammo la scrittura numerale usata nei Sette Comuni, e dovevamo

porre colà la tabella che mettiamo invece in

questo luogo. Questa scrittura risale secondo lo Schio a

tempi ben più lontani di quelle genti di cui rur dicemmo. Accennano anche a popoli antichissimi le 600 cose costruite a sei piedi sotterra o con mura di pietra informe e senz'uso di calce, scoperte del 1781 al Bostel ad austro-greco di Castelletto.

Quindi le genti venute tra il 900 e il 1200 in un paese certamente squallido, avran-

no pur trovato un qualche vestigio, una qualche tradizione di più antichi abitatori, de' quali, se l'istoria ha taciuto, la terra meno

avara ci ha conservato almeno i rozzi tugurii.

non prestazioni personali, non dazi, non dogane, reggendosi per comunità indipendenti, con un consiglio composto delle famiglie originarie.

Per gli interessi comuni si faceva capo a una reggenza di due deputati

per Comune, sedente in Asiago. ll sindaco di ciascun Comune decideva le controversie in prima istanza, l'appello recavasi alla reggenza

che in casi straordinari comprometteva in due arbitri, e ne più complicati al senato veneto. Nella guerra di Cambrai giovarono molto ai

Veneziani; sul finire della repubblica essa potea contare sul popolo de'

Sette Comuni come il più pronto a difenderla; e vive ancora nelle me

morie di quella gente ormai ridotta a miseria. Il dialetto che, come

Schmeller provò, è veramente il tirolese-bavaro del secolo XII, va ogni

dì più cedendo all'italiano, e per le nuove vie, e per i magistrati, e

per i sacerdoti, e per i matrimoni dei pastori con campagnole. Onde

il tedesco, che nel secolo XII estendevasi persino a Monte di Malo, a

poche miglia da Vicenza, ed era poi l'universale ne' Sette Comuni, ora

mantiensi appena in qualche casale. Udimmo attorno ad Asiago le preghiere con parole alternate tra il tedesco e l'italiano; ad Asiago parlasi oramai il solo italiano.

 Forse in un secolo il tedesco non sarà più

vivo che ne libri eruditi.

I Sette Comuni situati a settentrione del territorio vicentino, occupano un tratto di montagne appartenenti alle Alpi Retiche, il quale è

formato da tre vasti poggi a varie altezze, quasi monti sovraposti a monti.

Per ciò vi sono distinte tre regioni; la infima o coltivata, la mezzana

o selvosa, la suprema o deserta. Questo distretto confina a levante col

Brenta, a ponente coll'Astico, a mezzogiorno colle falde de'suoi monti,

a settentrione col Tirolo meridionale. Originariamente e sino al 1087 erano

formati di sette paesi da quali avean preso il nome; Rotzo, Roana,

Asiago, Gallio, Fozza, Enego, Lusiana, detti anche superiori perchè col

locati sulle alture delle montagne.

Quattro se ne formarono poi alla destra del Brenta: Campese,

Campolongo, Oliero, Valstagna; e altri 6 ne sorsero sulle falde

meridionali della montagna dirimpetto a Marostica e Bassano, cioè Val

rovina, Vallonara, Crosara, San Luca, Conco, Dossanti,

e questi dieci Comuni si diceano inferiori distretti annessi. Il comparti

mento distrettuale del 1850 ridusse questo distretto ai soli 7 comuni

originari con Treschè-Conca; degli altri accrebbe i distretti di Marostica

e quello di Bassano.

Il clima de'Comuni superiori si tiene fra il frigido ed il temperat

però nell'inverno il termometro si abbassa a – 18° R. e negli eccessi del

caldo non oltrepassa i 24. La neve dura da 5 a 6 mesi, poco arride

la primavera, l'estate per lo più ineguale. Nei Comuni inferiori il clima

si avvicina al temperato, tuttavia nei canali dell'Astico e del Brenta il

gelo non cede in vivezza e molestia a quello delle montagne. L'aria degli

altipiani è molta elastica, penetrante, e da un momento all'altro muta

bile; con rare nebbie sulle falde meridionali essa spira sempre mite e

temperata. La gente pel clima vivace, il buon nutrimento e le acque

salubri gode di prosperosa salute, e lo sviluppo delle facoltà intellettuali,

tardo da prima, venuto il tempo, spiega una non comune penetrazione,

e si distingue nell'accortezza, nella vivacità, nell'ingegno.

Molte strade dalla pianura mettono ai Sette Comuni. Dalla pianura

vicentina ascendono alla montagna quelle dei Costo da noi accennata,

e per la quale si va in vettura ad Asiago; e l'altra che da Breganze

per Salcedo tocca San Giacomo di Lusiana e sino qui è carrozzabile,

e poi monta attraverso una specie di scogliera di ghiaja e ciottoli candidissimi onde si chiama la Via Bianca.

 Da Marostica ne partono due acconcie soltanto alle bestie da soma e così sono del pari le tre vie

del canale di Brenta e le altre della Val dell'Astico e le otto che guidano al Tirolo.

Fra più antichi monumenti di questo distretto si noverano parecchie

vestigia di antiche fortezze, i torrioni di Pedescala, il Restel ed il Bo

stel, i castelli di Enigo, e que cogoli di Pisciavacca e di Rutistone,

caverne scavate nel vivo masso e la prima sovrastante perpendicolarmente

la via che per la valle dell'Astico conduce in Germania, l'altra quella

che ci va pel ponte del Cismone ove stan soldati che ponno facilmente

impedire il cammino.

Da Thiene inoltrandosi verso settentrione, dopo trascorsi i paesetti di

Carrè e Chiuppano s'entra la pittoresca e popolosa vallata dell'Astico

e lasciato a manca il Suman, tragittando fra Chiuppano e Caltrano

il limpido fiume, si giunge alle radici dell'Alpi Retiche sulla grande

strada carreggiabile, con inconsulto e rovinoso dispendio non a molto

aperta per i Sette Comuni º. Dopo Caltrano e Mosson, poveri luoghi,

si comincia a salire pel versante a sinistra dell'Astico su molteplici gi-

ravolte donde l'occhio spazia con interminabile diletto sulla sottoposta

pianura, sinchè penetrando nella valle di Campiello si trova un suolo

sterile e petroso sparso qua e là di qualche stentato arbusto e di po-

vere capanne qui sorte per effetto della recente ripartizione dei fondi

NOTA: lavori di questa strada divisi in quattro tronchi furono cominciati nel 1845, in

terrotti nel 1848, ripresi nel 1851, terminati nel 1854, colla spesa totale di 658,000 lire

austriache, delle quali 400.000 restano a debito de'Comuni; debito (scrive l'abate Bonato)

che s'aggrava su questo povero paese come una massa di piombo e che se non finirà per

schiacciarlo, sarà una grazia del cielo.

comunali incolti. Dall'osservare intorno ad esse un principio di dissoda

mento dell'ingrato terreno, che l'uomo con isforzo inconcepibile va lentamente conquistando, ben si può prevedere che fra qualche secolo gli

abituri saranno convertiti in case ed in paesi. Dopo quattro ore d'ascesa

si raggiunge finalmente la cima dell'Alpe dei Sette Comuni. Quivi un

ondulato altipiano, a immagine di oblungo bacino i cui orli costituiti da

una cerchia di montagne, guerniti di fitte e nere boscaglie di abeti,

discendono dolcemente fino al più basso in verdeggianti pascoli, in terre

a patate, orzo, avena, in prati di folta erba smaltata di fiori. In questo

bacino dopo Treschè-Conca, che giace sull'orlo, sta alla sinistra il Co-

mune di Rotzo dal pretto parlare tedesco e più avanti Roano colle fra

zoni di Cesuna, Canova, Camporovere, indi nel centro il capoluogo Asiago

poscia Gallio, Fozza, Enego al di sopra del Brenta. Il caseggiato, coperto

di tavole o paglia per resistere ai rigori del verno, è in generale mode-

sto, ma concorde e pulito; l'arte venne da quelle semplici e buone po-

polazioni esclusivamente riservata alle chiese; quelle di Roana, Canova,

Camporovere, Gallio gareggiano tra loro per buon gusto e semplicità,

grandiosa quella che sta per compiersi ad Asiago, con una torre altissima

in pietra viva senza cemento, di stile architettonico severissimo: magni-

fica poi quella di Enego e mirabile per varietà di marmi scavati sul

luogo, l'altra di San Giacomo di Lusiana. I costumi sono pressochè

patriarcali, il vitto sobrio, e frugale; la gente robusta, laboriosa, intel-

ligente ed attaccata al suolo natio, ma dal nuovo censimento condotta

all'ultimo della miseria.

Superando l'orlo del suddescritto bacino a settentrione sono vaste e gran

diose montagne, vallate profonde a tratto tratto seminate da boschi di

abeti e di faggio, con macchie di bettule, e mughi, e pingui pascoli

ma per tutta quella vasta superficie confinante col Tirolo, in cui la

neve rimane quasi otto mesi, non v'ha un'abitazione, e solo durante

l'estate servono colà i lavori de'barcajuoli, per carbonizzare o appron-

tare legnami da mastellajo, o d'alto fusto, che cadute le nevi vengono

trascinati fino al Brenta od all'Astico per essere calati verso la pianura.

 ll nuovo censimento attivato nel 1851 elevò la cifra dell'estimo in alcuni di que-

sti Comuni di 10 volte, in altre di 11, da quello che pagavano da prima, onde le fortune

de privati ricevettero in sè il germe di una dissoluzione che s'incammina a vista d'occhio.

Basti il dire che le 14,794 lire austriache che i Sette Comuni e contrade annesse paga-

vano a tutto il 1807, ascesero a lire 54,765 sino al 1850, diventarono dopo d'allora pel

solo l'attuale distretto (che vedemmo di quanto diminuito) di austriache lire 16,358.

Ai

deputati de Sette Comuni che lamentavano a Francesco I i perduti privilegi, rispose:

mi ricorderò di voi al nuovo censimento. Se ne ricordò anche troppo!

In que soli quattro mesi le solitudini si animano dai molti malghesi, i

quali da oltre quattro mila capi d'animali bovini traggono con molta in-

dustria squisiti butirri e caci, precipuo commercio dell'altipiano.

Oltrepassando l'orlo verso mezzogiorno, s'incontra il versante dell'Alpi

che guarda Marostica e Bassano, e l'ultimo dei vecchi Sette Comuni

San Giacomo di Lusiana, e quindi le contrade annesse di Conco, Cro-

sara, Vallonara, dove s'esercita l'industria dei cappelli di paglia.

Oltre l'orlo di mattina, il versante precipita verso il Brenta quasi a

perpendicolo, ed è pressochè tutto d'immensi scogli stratificati che lam-

bono il fiume. Il precipuo sbocco dell'altipiano al Brenta da quella parte

si è la Valfrenzela, via pericolosa ed a stento percorribile dagli animali

da soma, ma che colpisce con un orrido sempre vario e dilettevole pei

fantastici dirupi, per le importanti e nude roccie, che a guisa di due

altissime muraglie s'innalzano a pochi passi una dall'altra a fianchi del

passaggere. Così si giunge a Valstagna sulla sponda destra del Brenta,

luogo notevole per il commercio dei legnami d'alto fusto dell'altipiano,

indi si discende ad Oliero, a Campolongo, a Campese, che fino al 1853

formavano parte del distretto di Asiago godendone i privilegi largiti dalla

veneta repubblica fra cui quello della coltivazione a tabacco, e quest'ul

timo ancora rimasto a quelle popolazioni, costituisce il principale mezzo

del loro sostentamento.